Liguria su due ruote

Post 28 novembre 2018

La storia della Guzzi che vive vicino al mare.

di Roberto Polleri, da un'idea di Daniele Pretolesi

Un profilo inedito di Giorgio Parodi, fondatore della casa di Mandello, nelle parole della figlia Marina.


 

Ho incontrato Marina Parodi ed il marito Alberto Bagnasco nella loro casa di Genova. Ho pensato molto al momento del nostro incontro, ho letto molte pagine di storia Moto Guzzi per cercare di farmi un’idea più chiara possibile di chi fosse Giorgio Parodi e poter quindi approfondire di persona con la figlia Marina quanto difficilmente si può apprendere dai libri. Ho scritto e riscritto pagine di appunti e domande da porre, poi ho buttato tutto quanto ed ho pensato di lasciarmi guidare dall’istinto e chiacchierare con Marina con tranquillità sul filo della memoria e del ricordo. Avevo infatti pensato di approfondire la figura del fondatore di Moto Guzzi in quanto appassionato di moto, poi a poco a poco ho capito che mi interessava molto di più sapere di Giorgio Parodi come uomo e padre di famiglia, delineandone un ritratto di carattere e sentimenti che raramente si può leggere, sfruttando con garbo la voglia di ricordare ed il piacere di trasmettere emozioni vissute in compagnia di chi non c’è più.

 Siamo allora partiti dalle origini, che vedono Giorgio nascere a Venezia sul finire dell’Ottocento. Già da ragazzo farà ben intravedere i tratti della sua personalità: scoppiato il primo conflitto mondiale, fugge da casa per servire la propria Patria arruolandosi volontario in Marina e portando con sé un motoscafo di famiglia, un natante costruito presso i cantieri “Baglietto” che vantavano maestri d’ascia liguri noti in tutto il mondo. All’epoca era consueto portare qualcosa di proprio per metterlo al servizio della Patria, così come chi partiva per la Cavalleria lo faceva in sella alla propria cavalcatura, il giovane Parodi, da uomo di mare quale era, arriva dotato di un’imbarcazione. Ancora minorenne, Giorgio non esitò a falsificare i propri documenti per poter accedere alle forze armate. Dopo una brillante carriera come capo meccanico, alla nascita della prima unità militare aerea italiana ”Arma Azzurra” decide di arruolarvisi e dopo breve tempo diventerà sottotenente pilota. E’ nell’aviazione che il pilota ligure si distingue in innumerevoli episodi che mettono in luce il suo coraggio e la sua passione per la sfida e il rischio. Più volte abbattuto e ferito, per le azioni compiute nei due conflitti riceverà ben sette medaglie al valor militare. Sarà proprio durante la guerra che incontrerà un giovane meccanico motorista suo compagno di squadriglia, una persona dalle idee brillanti e dalla grande capacità tecnica: Carlo Guzzi. I due parleranno a lungo dei progetti di Guzzi per realizzare una nuova motocicletta, costruita con soluzioni tecniche innovative. A Giorgio l’idea sembrò assolutamente buona e per questo telegrafò al padre per chiedergli un investimento economico. Emanuele Vittorio Parodi, da buon genovese, rispose in una lettera che fa bella mostra di sé al primo piano del museo di Mandello, dichiarandosi disponibile ad inviare metà del denaro richiesto e a completare l’investimento solo dopo aver valutato personalmente il progetto. Da quelle prime mille lire nacque la casa motociclistica italiana tra le più longeve e note nel mondo. Al progetto partecipò anche un altro pilota compagno dei due, Giovanni Ravelli, che però non avrà mai la possibilità di sentire il suono della prima moto di Mandello perchè morirà in un incidente aereo poco dopo la fine delle ostilità mondiali. Per desiderio di Giorgio, il simbolo delle moto costruite da loro avrebbe avuto sempre un’aquila d’oro ad ali spiegate, simbolo della passione per il volo che accomunava i tre amici.

Il primo prototipo uscito dalle mani di Guzzi si chiamerà “G.P.” prendendo le iniziali dei due “soci”, ma sarà poi Parodi stesso a chiedere di cambiare il nome in “Moto Guzzi” poiché riteneva l’amico Carlo l’ideatore principale dei veicoli.

La produzione delle moto avveniva a Mandello, dove ancora oggi sorge la storica sede, mentre gli uffici amministrativi e la direzione erano a Genova in Corso Aurelio Saffi ed erano collegati con la fabbrica grazie ad un ponte radio. Giorgio seguiva i propri affari nel capoluogo ligure e il giovedì partiva per il Lago di Como, andando in moto seguito dal suo autista in auto. Ogni volta utilizzava un modello diverso per poterne testare personalmente le caratteristiche e dare un giudizio personale ai progettisti e ai tecnici. Per poter meglio curare la parte amministrativa ed economica della ditta, Giorgio aveva affittato una casa a Lierna, nelle vicinanze di Mandello dove trascorreva con i figli le vacanze estive. Già all’epoca la gestione Parodi aveva avuto alcune idee lungimiranti sulla gestione del personale: in estate, ad esempio, veniva applicato il tempo prolungato con pausa pranzo più corta così da permettere alle persone di essere a casa in anticipo e poter trascorrere maggior tempo in famiglia. Il clima di lavoro era molto buono e i numerosi successi della Guzzi erano un vanto per chi poteva timbrare un cartellino nella grande fabbrica affacciata sul lago o negli uffici con la vista sul golfo di Genova. All’epoca della gestione Parodi, tra gli impiegati della ditta si scommetteva su che cosa e quando Giorgio e la moglie avrebbero litigato. Nessuno di loro però, ebbe mai l’opportunità di vincere, il rapporto tra i coniugi era per entrambi uno dei punti di forza della loro vita. L’attaccamento verso i datori di lavoro era molto forte: questo si evidenziava osservando alcuni episodi del tutto esplicativi. Tra questi si può ricordare che un giorno, durante la guerra un amico di famiglia di Giorgio sarebbe stato arrestato ad un posto di blocco tedesco nei pressi di Mandello se due collaudatori Guzzi su un sidecar non lo avessero riconosciuto ed aiutato, scambiando i suoi vestiti con una tuta dei due e, una volta fattolo accomodare nel carrozzino, spacciandolo per un meccanico, mentre l’altro appiedato e in abiti civili passava la “zona rossa” dicendo di dover prendere servizio in fabbrica…

Ma com’era Giorgio Parodi come persona, qual è il ricordo della sua personalità, del suo modo di fare? Senz’altro era una persona che amava il rischio e la velocità, la cui vita era una sfida continua al limite, nel tentativo di porlo ogni volta un po’ più in là. Sono famosissimi i suoi record di velocità su idrovolante, così come tanti testi di aviazione italiana ricordano i suoi incidenti, dai quali usciva malconcio ma senza mai perdere la voglia di volare. Uno degli aneddoti che si raccontano su di lui narra che nell’azione di guerra in cui perse un occhio e oltre a ringraziare il medico che glielo aveva asportato dicendogli che aveva avuto la mano leggera, disse ai suoi compagni in genovese “Menu male che l’è capitou a mi che g’ho e palanche pe curame…” (meno male che è capitato a me che ho i soldi per curami). Un uomo ardito e sfrontato che, per contrasto era soprannominato “Lattuga”, come diceva lui - il più umile tra i vegetali che ricordava la terra e la sua essenzialità - riconoscendo in queste virtù la sostanza della quale era impregnata tutta la sua esistenza.

Giorgio era molto severo, a tratti intransigente, soprattutto con sé. Si circondava esclusivamente di persone capaci ed interessate, detestava i raccomandati e tutti coloro che alzavano la voce. I suoi valori di fondo erano la fede cattolica, la Patria alla quale aveva dato tanto e la famiglia. In questo senso, per non venire meno a ciò in cui credeva, aveva rifiutato un incarico da Mussolini perché in parte non ne condivideva le idee. Detestava inoltre una persona che aveva pubblicamente un’amante, fatto che pregiudicava ogni relazione e Giorgio non esitò certo dirglielo in faccia…

La famiglia Parodi era notissima nell’ambiente genovese ed aveva importanti frequentazioni. Marina ricorda che il Cardinal Siri, quando voleva andare a cena a casa Parodi faceva chiamare dal suo segretario direttamente la cuoca per dettarle il menu che avrebbe gradito per la sera… Marina ricorda il notissimo scultore Messina, autore della statua bronzea di Omobono Tenni che tutti noi ammiriamo al primo piano del museo Guzzi di Mandello, al quale lei si rivolgeva chiamandolo affettuosamente “zio Checco”.

Con i figli Giorgio era estremamente rigido sulle norme ma anche molto affettuoso verso di loro. Assieme ai tre, compiva azioni spericolate come era nella sua essenza, ad esempio uscire in motoscafo con il mare grosso firmando una manleva presso la Capitaneria di Porto di Genova che la liberava da ogni responsabilità. Saltando tra i flutti e le ondate violente i tre piccoli si divertivano un mondo. Marina ricorda con affetto i giorni di Lierna, dove lei ed i fratelli avevano imparato a nuotare perché il padre li aveva letteralmente gettati nel lago, avendo come unica cura quella di riservare alla figlia femmina un minimo in più di attenzione calandola nell’acqua invece di gettarla… “I Parodi non piangono ed i Parodi non hanno mai paura”, questo era il motto che ripeteva spesso ai pargoli. Ed è certo che per lui questo viatico si attagliasse decisamente bene… Nonostante la sua rigidità educativa, la sera Giorgio si intratteneva con i tre figli leggendo loro le storie di Pecos Bill e Topolino facendo differenti voci per ciascun personaggio.  

La famiglia Parodi era senz’altro benestante nel variegato panorama genovese eppure, nonostante gli agi nei quali poteva vivere, Giorgio insegnava ai suoi tre piccoli la generosità, la disponibilità ed il grande senso del dovere. Queste parole saranno poi il cardine del suo testamento, dove nell’augurare felicità e prosperità ai suoi figli, non perde l’occasione per richiamarli ai loro doveri verso la Patria ed in generale verso il Prossimo, magari meno fortunato di loro. In questo senso, già da piccoli il Capitano faceva in modo che i regali di Natale a loro donati fossero immediatamente donati ai bimbi ospitati nei vari orfanotrofi cittadini. Qui Marina ricorda la lunga notte prima di Santo Stefano nella quale aveva dormito abbracciata ad uno splendido cavallino di peluche, che già sapeva essere destinato ad altri nel giro di  poco tempo. La dedizione verso gli altri e, in primo luogo, verso il proprio Paese, avevano portato l’imprenditore genovese ad avere una “coscienza verde” ante-literam, infatti fece piantare a proprie spese alberi lungo la “camionale” Milano - Genova (l’attuale A7) perchè i lavori avevano impoverito il terreno di copertura arborea. La necessità di curare queste piante, fece sì che Giorgio coinvolgesse anche i figli. Marina ricorda ancora quando con i fratelli andava a togliere la processionaria, micidiale per gli alberi giovani ma anche urticante per le dita dei piccoli.

Genio e sregolatezza convivevano tranquillamente nel carattere del pilota “Lattuga”. Il grande impegno morale e la passione per il rischio rendono la figura di Giorgio Parodi cara a molti Guzzisti, a molti aviatori e non solo a loro. Dalla passione di quest’uomo e dalla genialità di Carlo Guzzi sono nate queste moto che, a distanza di quasi un secolo, continuano a far sognare motociclisti di tutto il mondo. Non so se Giorgio avesse previsto tutto questo ma non credo. C’è da dire che è un gran bel risultato, speriamo che la storia della Guzzi possa continuare ancora per molto…

 



Post 29 giugno 2018

Il Passo della Bocchetta. 

Se lasciamo il mare nei retrovisori e saliamo verso nord in direzione del passo della Bocchetta lungo la Provinciale 5, impegneremo un percorso davvero gradevole da percorrere, una serie di curve che ci porta rapidamente fino al valico. Qui siamo a 772 metri sul livello del mare, con una bella vista sulla vallata circostante. E’ uno dei passi fondamentali della Via Postumia, fatta costruire dal console romano Postumio Albino per collegare i principali porti romani di Genova ed Aquileia. La strada tuttora in uso fu invece costruita nel XVI secolo ed era una delle tre vie di transito autorizzate dalla Repubblica di Genova per il trasporto delle merci. Dalla sommità, dopo aver gettato uno sguardo sullo splendido scenario che ci circonda, scendiamo verso la nostra prossima meta impegnando la moto in una continua danza fatta di delicate inclinazioni. Abbiamo ormai varcato i confini della regione e siamo in Piemonte, anche se l’odore della Liguria e del mare sono ancora molto forti. Una terra di mezzo da scoprire con tranquillità nella sua affascinante bellezza naturale. 

(versione corretta...)



Dalla Valtrompia alla Val Polcevera...

La storia delle moto Mi-Val, incontro con Giuseppe Rebora.

 

Il motociclismo, nel suo lungo percorso storico, è costellato di molte piccole imprese che hanno visto la luce sul mercato nazionale, per poi sparire completamente rimanendo nella memoria di alcuni appassionati che hanno il desiderio di mantenere vivo il ricordo. Nomi noti agli amanti dei motori ma forse meno conosciuti dal grande pubblico, al quale “Guazzoni”, “Demm” e “Rumi” suonano come mai uditi. Eppure, ognuno di questi ha scritto un pezzo di storia non solo delle due ruote, ma di storia nazionale e, come tale va preservata e rammentata. E’ il caso delle moto “Mi-Val” che abbiamo scoperto grazie a Giuseppe Rebora, appassionato di moto e vera memoria storica di questo marchio, che nato nelle valli bresciane, oggi vive in Liguria e per la precisione in Val Polcevera. Percorriamo insieme a lui il cammino di queste moto.

La storia.

Durante la seconda guerra mondiale, a seguito dell’armistizio del 1943, un’importante industria meccanica della provincia di Bologna, la “Officine Minganti” dirette dall’omonimo ingegnere si trasferisce a Gardone Val Trompia in provincia di Brescia, in previsione dell’avanzata delle truppe alleate. La produzione si stabilizza in Lombardia anche dopo la fine del conflitto. E’ il 1950 quando una cordata fondata dallo stesso Minganti insieme a Pier Giuseppe Beretta, Giuseppe Benelli e Guglielmo Castelbarco, decide di avviare un’azienda di produzione di veicoli leggeri ed economici ideali per la motorizzazione del del Paese in fase di ricostruzione. Minganti ha la conoscenza tecnica e meccanica, Benelli pure, Beretta è un noto imprenditore nel settore delle armi con azienda attiva proprio a Gardone Val Trompia ha i mezzi di produzione, ed infine Castelbarco che si associa all’impresa dei tre. Il marchio “Mi-Val” sta a significare –Metalmeccanica Italiana Val Trompia-. L’idea iniziale è quella di creare veicoli robusti ed economici, spinti da motori due tempi sullo stile della DKW 125 RT, mezzo prodotto in Germania nel 1939 e ritenuta una delle moto più copiate al mondo. Ispirata alla teutonica RT, nasce la “Mi-Val 125 T”, capostipite di una vasta produzione. La cilindrata salirà poi a 175 cc. ed anche a 200 cc. con la realizzazione di motori anche a quattro tempi, utilizzando soluzioni meccaniche brillanti che garantivano una semplice manutenzione ed una grande solidità complessiva dei veicoli. La grande adattabilità dei mezzi bresciani permette l’allestimento di varie versioni sportive e per il fuoristrada, cosicchè la “Mi-Val” ottiene vari successi importanti, come il “Campionato Nazionale della Regolarità” comquistato nel 1956, come appare orgogliosamente sul serbatoio di una delle moto in livrea blu ed oro. Anche il fuoristrada è spesso dominato da questi mezzi, tra cui la notissima “Carrù” che con il pilota Emilio Ostorero sul finire degli anni Cinquanta domina la scena tassellata delle due ruote. Dopo lo spkendore il calo. La Mi-Val è presente al salone della moto del 1959 con uno stand che fa bene sperare: nuovi modelli 250 e 350 cc. vengono presentati al grande pubblico ma purtroppo non vedranno mai la luce. La ditta di Gardone chiuderà i battenti definitivamente nel 1960, dopo aver realizzato alcuni ciclomotori motorizzati “Franco Morini” o “Minarelli”. Con la scomparsa di Minganti ed il declino dell’industria motociclistica, a seguito dell’invadenza delle auto utilitarie, il destino della fabbrica di moto appare segnato. La produzione a due ruote smette del tutto per convertirsi in industria armiera e di realizzazione di macchine utensli. Il marchio Mi-Val è acquisito dalla Beretta ed anche le scritte sulle fabbriche di Gardone Val Trompia spariscono. Eppure le moto il cui nome include quel trattino rimangono nella memoria degli appassionati che, grazie a recuperi e restauri mantengono vivo il ricordo di questa casa motociclistica italiana, uno di questi è Giuseppe Rebora. Lui, abile meccanico, tornitore e con le mani d’oro in ogni lavoro, ci spiega la grande qualità di questi mezzi e la nascita della sua passione per loro. Era un ragazzino quando alcuni amici poco più grandi si incontravano presso una fonte di acqua solforosa poco lontano da casa sua. Lui correva in strada ad ammirare i mezzi. “C’erano Mondial, Demm e Guazzoni. Tra loro c’era anche un mio cugino con una Mi-Val 125T. Lui era molto appassionato ma con l’arrivo della prima auto ha lasciato la moto a me che ho iniziato a guidare ed anche a smontare...”. spiega sorridendo. Da quel momento in poi il marchio bresciano è rimasto nel suo cuore e, una dopo l’altra ha acquistato i vari modelli. “Mi piace il livello costruttivo molto elevato: ogni componente meccanico è di altissima qualità, alberi motore cementati, metalli trattati termicamente, temprati, vernici resistenti”. L’elevato standard costruttivo si nota dalla marchiatura “Mi-Val” su ogni singolo componente, dalle manopole alle bielle, dai pedalini agli scarichi. Un segno semplice, eppure tangibile di grande livello di personalizzazione su mezzi con oltre cinquanta anni di storia. Queste sono le prime moto in Italia ad avere il cambio a cinque marce, ci spiega Rebora mostrando il tamburo del cambio della trasmissione desmodromica che garantisce innesti rapidi e precisi, ma non solo, anche grande cura del dettaglio e innovazione. “Guarda qui...”, mi dice Giuseppe indicando un faro di una delle moto, “...proprio dentro al proiettore i tecnici avevano realizzato un cilindretto di plastica trasparente con una serie di piccole bolle d’aria che riflettevano la luce, illuminandosi quando il faro era acceso”. “Una fibra ottica ante litteram!”, esclama Alessio, abile tecnico e fine osservatore. “Esatto... ed eravamo negli anni Cinquanta...”, replica Rebora con un sorriso, sottolineando il grande lavoro di progettazione svolto dalla piccola casa lombarda, che nella sua storia ha realizzato altri oggetti davvero molto particolari, con ruote e non. Una menzione la merita il “Valletto da panettiere” uno scooter da 50 cc. a ruote basse con due grandi portapacchi in metallo sia anteriormente che sul retro del mezzo, strumento di lavoro per i fornai. Il veicolo era dotato del motore Mi-Val che equipaggiava i ciclomotori ma dotato di ventola di raffreddamento per forzare l’aria sul cilindro, non essendo questo direttamente esposto. E cosa dire poi del “Mivalino”, ovvero un motoveicolo cabinato a tre ruote, due anteriori ed una posteriore, una sorta di aereo senza ali spinto da motore monocilindrico a due tempi da 175 cc., costruito su licenza “Messerschmitt”, del quale porta il simbolo abbinato alla scritta “Mi-Val” sul muso. Il mezzo aveva avviamento elettrico e retromarcia. Poteva ospitare due persone. Un mezzo avveniristico che non ha avuto un successo commerciale, offuscato dalla preponderante presenza delle automobili che, con costi abbordabili garantivano maggiore capienza di persone e di oggetti. Ma la genialità del marchio non si ferma qui. L’inventiva dei progettisti di Gardone realizza un mezzo per spostarsi in acqua: il “Delfino”. Un vero e proprio gioiello, un water kart ovvero un natante mosso da motore a due tempi che, grazie alla spinta imposta all’acqua, permette di muoversi in mare o lago senza nuotare, anche a 12 mph e senza il rischio di un’elica rotante. Un mezzo geniale, che se inavvertitamente sfugge di mano al conduttore inizia a girare in tondo, rimanendo così raggiungibile agevolmente. L’avviamento era a manovella, la quale caricava una molla sul volano che una volta rilasciata generava l’impulso per mettere in moto il monocilindrico. Il “Delfino” era un oggetto geniale per chi effettuasse immersioni, potendo portare con sè bombole d’ossigeno, uno strumento per il soccorso in mare e dalle mille altre utilizzazioni possibili negli specchi d’acqua. Peccato che l’alimentazione a miscela al 10% generasse il rilascio di olio incombusto e di altri prodotti di scarto che rendevano il mezzo inquinante. Nonostante questo, il progetto era davvero geniale, tanto che la “Mi-Val” ha venduto la licenza in Canada, dove il “Delfino” è stato prodotto per qualche anno per poi sparire definitivamente dalla scena commerciale.

Da ultimo, occorre citare un altro prodotto uscito dalla fabbrica della Valtrompia: il “Cinebox”. Questo oggetto non ha nulla a che fare con i mezzi a due ruote o natanti, ma era uno strumento di puro intrattenimento. Era una sorta di juke-box dove inserendo una moneta era possibile vedere il filmato di una canzone, da Peppino Di Capri a Chubby Checker. Unico difetto del “Cinebox” era il sistema di proiezione di tipo elettromeccanico, il quale era ad alto rischio di combustione. Per questo ne restano ormai pochi esemplari integri. Giuseppe ne parla con orgoglio, mi colpisce il suo entusiasmo e la sua preparazione. Oggi sento di vivere un’involontaria lezione di storia italiana e di meccanica raffinata, non solo grazie alla Mi-Val ma anche grazie all’inventiva e la genialità di una persona che mi mostra qualcosa di unico creato da lui. Estrae da una cassetta un ammortizzatore senza molla ma completamente chiuso, simile a quello delle mountain bike attuali: “Questo è un ammortizzatore –Stunker-...”, mi dice. Io ammetto la mia ignoranza. Mai visti prima. “Non hanno la molla perchè sono a gas con doppio serbatoio... Unico problema erano troppo costosi e sono stati abbandonati... per revisionarli occorre smontarli e io ho costruito questo...”. Giuseppe tira ancora fuori da un cassetto uno strumento fatto di due ganasce ampie di metallo della dimensione degli ammortizzatori, con le quali si blocca il pezzo nel morso per smontarlo senza danneggiarlo. “Me lo sono costruito perché mi spiaceva usare una grande pinza che rigasse inevitabilmente il corpo...”. Non ho parole. Incredibile la genialità di questa persona che, oltre a saper montare e smontare i veicoli, a verniciarli, è anche in grado di costruire da sé gli attrezzi per migliorare il proprio lavoro. Meraviglioso. Una caratteristica ormai rara nella società dell’usa-e-getta.

Ci intratteniamo un po’ nella sua officina, sono davvero molti gli spunti di riflessione che Giuseppe mi offre ad ogni sua parola. Un vero piacere. Ci salutiamo e sento la sua stretta forte, di una mano in grado di creare dal nulla qualcosa che si piazza a metà strada tra tecnica ed arte. “Ti faccio vedere ancora questo...  a te che sei Guzzista...”, mi ferma un istante Rebora. Ecco che appare un pezzo di metallo lavorato, apparentemente un ricambio banale ma così non è. “Questo è il supporto del faro di uno –Sport 15- di un amico... che non riusciva a trovare da nessuna parte... allora mi ha chiesto di costruirne uno.... ho fatto il disegno... poi qualche prova... ed eccolo qui...”, mi mostra il ricambio finito con orgoglio e le prove che lo hanno preceduto. Davvero meraviglioso. Qualcosa di pensato e realizzato interamente a mano. “Bellissimo...”, affermo senza poter dire altre parole, un’emozione particolare, anacronistica in quest’epoca ipertecnologica. E sarebbero ancora mille le idee, le soluzioni e le realizzazioni di Giuseppe, un vero prodigio di capacità. Ci salutiamo ancora, ma sono certo che io e Alessio torneremo a trovarlo di nuovo...

 

Roberto Polleri

 

 

Un ringraziamento particolare all’amico Alessio Grosso per il prezioso contatto fornito.

 


Dove porta la passione…

La storia di due amici che poco lontano da Genova nel dopoguerra realizzano artigianalmente due esemplari di moto.

 

Di Roberto Polleri.

I due costruttori della moto “Falco”, a sinistra Giobatta Caviglia, a destra Giuseppe Parodi


 

 

Siamo negli anni Cinquanta, la guerra è finita da poco, la voglia di ricominciare è tanta. Genova è una città che tenta di risollevarsi, partendo dalle proprie macerie, dove ognuno cerca un riscatto dagli orrori di quel periodo terribile. Non lontano dal capoluogo ligure verso ponente, c’è una zona operosa ed industriale che non ha mai cessato la produzione di carta: la vallata di Acquasanta. E’ in questa delegazione che nel 1911 nascono due bambini, i cui destini si incroceranno per sempre, legati dal lavoro e da un’impresa unica che merita di essere raccontata.

I due amici si chiamano Giobatta Caviglia e Giuseppe Parodi: il primo è falegname, dalle sue mani il legno prende forma e si modifica docilmente quasi per magia, l’altro invece è un tornitore, lavora e fonde il metallo con abilità unica. Non si sa esattamente come sia nata l’idea e come si sia sviluppata, quanto ci abbiano studiato prima e lavorato poi, ma di certo il tempo non deve essere stato poco per giungere all’obiettivo prefissato. Infatti la caparbietà dei due amici li ha portati a realizzare un sogno, che forse economicamente non erano in grado di permettersi. Magari avranno girato la testa al passaggio di una Moto Guzzi “Airone” o di un Gilera “Saturno” che sfrecciavano lungo la strada polverosa sotto casa loro, sognando di guidarne una. Chissà quanti motivi oppure soltanto la voglia di sfidare quei marchi famosi, che ha fatto mettere attorno ad un tavolo i due amici che dopo mille pensieri ed altrettante discussioni hanno deciso: “la moto ce la costruiamo noi!”. Un’idea folle, con i pochi strumenti e le limitate conoscenze, eppure armati di grande volontà, capacità e di enorme fantasia. E allora dopo progetti, disegni e grandi parole, ecco che il sogno diventa a poco a poco reale. Le mani di Giuseppe e Giobatta lavorano alacremente attorno al metallo, ai calchi in legno e ad ogni dettaglio. I due compreranno solo le selle e le ruote, ma dopo un enorme sforzo, notti insonni e domeniche chiusi in officina a realizzare il loro capolavoro, che da li a poco vedrà la luce: la “Falco”. Gli amici sono due e le moto costruite sono appunto due. Due pezzi unici nella storia delle due ruote. Caviglia e Parodi non hanno intenzione di creare una casa motociclistica ma soltanto di appagare il loro desiderio di viaggiare in sella ad una moto vera, nata dalle loro mani. E’ il 13 agosto del 1952 quando la penna stilografica del funzionario del ministero dei trasporti scrive sul libretto di una delle due: “Motociclo di costruzione artigianale, telaio e motore sprovvisti di numero, assegnato d’ufficio il n° 92452”. Il mezzo viene regolarmente immatricolato e riporta la targa GE 24866.

La moto “Falco” ha una cilindrata di 118 cc., diametro del pistone 50 mm. corsa 60 mm., è un monocilindrico quattro tempi a due valvole che eroga una potenza di 2 CV.; all’anteriore troviamo una forcella con ammortizzatore centrale in testa, mentre al retrotreno ci sono una coppia di ammortizzatori “tradizionali” ma anche in orizzontale una coppia di pompanti paralleli al telaio che aumentano l’effetto smorzante del forcellone, una specie di sistema “softail” in stile Harley Davidson, che però arriverà circa trent’anni dopo...  Il cambio ha tre marce con un selettore esterno posto dietro il cilindro, davvero bello da vedere. Anche la frizione ha un sistema di leveraggi notevole ed è collocata sul lato sinistro del blocco motore. Osservando le fusioni e le saldature, si nota anche con occhio non esperto, una decisa artigianalità nella costruzione dei pezzi ed alcune tracce che indicano l’autentica realizzazione a mano di ogni singola parte del mezzo. Il blocco motore riporta stampigliata la sigla attribuita dalla motorizzazione indicata nel libretto.

Le moto circoleranno regolarmente sul territorio genovese come mezzo di famiglia. Un aneddoto raccontato dagli eredi Parodi riporta un giro di Giuseppe con la consorte verso il basso Piemonte, lungo quella strada del “Cremolino” che ancora oggi tutti i motociclisti locali amano. In direzione del paese di Visone, la moto ha un problema alla forcella, che si spezza in un punto. Il mezzo inizia a sbandare vistosamente mentre il suo pilota cerca in ogni modo di tenerla in piedi e vi riesce nonostante tutto, raggiungendo il ciglio della strada. Un’auto che passa di li, i cui occupanti hanno osservato integralmente la scena, si ferma e i passeggeri chiedono a Parodi come abbia fatto a tenere la moto in quel modo. L’uomo risponde sorridendo “Questa moto mi conosce troppo bene... e io lei...”. Ovvio è nata dalle sue mani...

I due mezzi viaggeranno lungo le strade liguri finchè l’arrivo dei figli e la necessità di un’auto nelle famiglie dei due amici segnerà la fine della loro carriera. Le moto rimarranno chiuse nei rispettivi box, non dimenticate ovviamente, ma ferme. Poi, un giorno del 2015, ad oltre cinquant’anni di distanza, una chiacchierata tra appassionati riporterà la storia delle “Falco” alla ribalta e con questa la voglia di raccontare questa vicenda davvero unica.

Oggi le famiglie proprietarie delle due moto vorrebbero ricondizionarle e rimetterle in strada. Noi siamo pronti a sentirle pulsare ancora...

 

 

 

Un ringraziamento speciale all’amico Elvio Picchia per la grande ricerca di contatti svolta ed agli eredi Caviglia e Parodi per la disponibilità offerta.