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La storia della Guzzi che vive vicino al mare

Alla scoperta della fondazione di un "mito": la moto Guzzi

Ho incontrato Marina Parodi ed il marito Alberto Bagnasco nella loro casa di Genova. Ho pensato molto al momento del nostro incontro, ho letto molte pagine di storia Moto Guzzi per cercare di farmi un’idea più chiara possibile di chi fosse Giorgio Parodi e poter quindi approfondire di persona con la figlia Marina quanto difficilmente si può apprendere dai libri. Ho scritto e riscritto pagine di appunti e domande da porre, poi ho buttato tutto quanto ed ho pensato di lasciarmi guidare dall’istinto e chiacchierare con Marina con tranquillità sul filo della memoria e del ricordo. Avevo infatti pensato di approfondire la figura del fondatore di Moto Guzzi in quanto appassionato di moto, poi a poco a poco ho capito che mi interessava molto di più sapere di Giorgio Parodi come uomo e padre di famiglia, delineandone un ritratto di carattere e sentimenti che raramente si può leggere, sfruttando con garbo la voglia di ricordare ed il piacere di trasmettere emozioni vissute in compagnia di chi non c’è più. Siamo allora partiti dalle origini, che vedono Giorgio nascere a Venezia sul finire dell’Ottocento. Già da ragazzo farà ben intravedere i tratti della sua personalità: scoppiato il primo conflitto mondiale, fugge da casa per servire la propria Patria arruolandosi volontario in Marina e portando con sé un motoscafo di famiglia, un natante costruito presso i cantieri “Baglietto” che vantavano maestri d’ascia liguri noti in tutto il mondo. All’epoca era consueto portare qualcosa di proprio per metterlo al servizio della Patria, così come chi partiva per la Cavalleria lo faceva in sella alla propria cavalcatura, il giovane Parodi, da uomo di mare quale era, arriva dotato di un’imbarcazione. Ancora minorenne, Giorgio non esitò a falsificare i propri documenti per poter accedere alle forze armate. Dopo una brillante carriera come capo meccanico, alla nascita della prima unità militare aerea italiana ”Arma Azzurra” decide di arruolarvisi e dopo breve tempo diventerà sottotenente pilota. E’ nell’aviazione che il pilota ligure si distingue in innumerevoli episodi che mettono in luce il suo coraggio e la sua passione per la sfida e il rischio. Più volte abbattuto e ferito, per le azioni compiute nei due conflitti riceverà ben sette medaglie al valor militare. Sarà proprio durante la guerra che incontrerà un giovane meccanico motorista suo compagno di squadriglia, una persona dalle idee brillanti e dalla grande capacità tecnica: Carlo Guzzi. I due parleranno a lungo dei progetti di Guzzi per realizzare una nuova motocicletta, costruita con soluzioni tecniche innovative. A Giorgio l’idea sembrò assolutamente buona e per questo telegrafò al padre per chiedergli un investimento economico. Emanuele Vittorio Parodi, da buon genovese, rispose in una lettera che fa bella mostra di sé al primo piano del museo di Mandello, dichiarandosi disponibile ad inviare metà del denaro richiesto e a completare l’investimento solo dopo aver valutato personalmente il progetto. Da quelle prime mille lire nacque la casa motociclistica italiana tra le più longeve e note nel mondo. Al progetto partecipò anche un altro pilota compagno dei due, Giovanni Ravelli, che però non avrà mai la possibilità di sentire il suono della prima moto di Mandello perché morirà in un incidente aereo poco dopo la fine delle ostilità mondiali. Per desiderio di Giorgio, il simbolo delle moto costruite da loro avrebbe avuto sempre un’aquila d’oro ad ali spiegate, simbolo della passione per il volo che accomunava i tre amici.

 


Il primo prototipo uscito dalle mani di Guzzi si chiamerà “G.P.” prendendo le iniziali dei due “soci”, ma sarà poi Parodi stesso a chiedere di cambiare il nome in “Moto Guzzi” poiché riteneva l’amico Carlo l’ideatore principale dei veicoli.

La produzione delle moto avveniva a Mandello, dove ancora oggi sorge la storica sede, mentre gli uffici amministrativi e la direzione erano a Genova in Corso Aurelio Saffi ed erano collegati con la fabbrica grazie ad un ponte radio. Giorgio seguiva i propri affari nel capoluogo ligure e il giovedì partiva per il Lago di Como, andando in moto seguito dal suo autista in auto. Ogni volta utilizzava un modello diverso per poterne testare personalmente le caratteristiche e dare un giudizio personale ai progettisti e ai tecnici. Per poter meglio curare la parte amministrativa ed economica della ditta, Giorgio aveva affittato una casa a Lierna, nelle vicinanze di Mandello dove trascorreva con i figli le vacanze estive. Già all’epoca la gestione Parodi aveva avuto alcune idee lungimiranti sulla gestione del personale: in estate, ad esempio, veniva applicato il tempo prolungato con pausa pranzo più corta così da permettere alle persone di essere a casa in anticipo e poter trascorrere maggior tempo in famiglia. Il clima di lavoro era molto buono e i numerosi successi della Guzzi erano un vanto per chi poteva timbrare un cartellino nella grande fabbrica affacciata sul lago o negli uffici con la vista sul golfo di Genova. All’epoca della gestione Parodi, tra gli impiegati della ditta si scommetteva su che cosa e quando Giorgio e la moglie avrebbero litigato. Nessuno di loro però, ebbe mai l’opportunità di vincere, il rapporto tra i coniugi era per entrambi uno dei punti di forza della loro vita. L’attaccamento verso i datori di lavoro era molto forte: questo si evidenziava osservando alcuni episodi del tutto esplicativi. Tra questi si può ricordare che un giorno, durante la guerra un amico di famiglia di Giorgio sarebbe stato arrestato ad un posto di blocco tedesco nei pressi di Mandello se due collaudatori Guzzi su un sidecar non lo avessero riconosciuto ed aiutato, scambiando i suoi vestiti con una tuta dei due e, una volta fattolo accomodare nel carrozzino, spacciandolo per un meccanico, mentre l’altro appiedato e in abiti civili passava la “zona rossa” dicendo di dover prendere servizio in fabbrica…

 

Ma com’era Giorgio Parodi come persona, qual è il ricordo della sua personalità, del suo modo di fare? Senz’altro era una persona che amava il rischio e la velocità, la cui vita era una sfida continua al limite, nel tentativo di porlo ogni volta un po’ più in là. Sono famosissimi i suoi record di velocità su idrovolante, così come tanti testi di aviazione italiana ricordano i suoi incidenti, dai quali usciva malconcio ma senza mai perdere la voglia di volare. Uno degli aneddoti che si raccontano su di lui narra che nell’azione di guerra in cui perse un occhio e oltre a ringraziare il medico che glielo aveva asportato dicendogli che aveva avuto la mano leggera, disse ai suoi compagni in genovese “Menu male che l’è capitou a mi che g’ho e palanche pe curame…” (meno male che è capitato a me che ho i soldi per curami). Un uomo ardito e sfrontato che, per contrasto era soprannominato “Lattuga”, come diceva lui - il più umile tra i vegetali che ricordava la terra e la sua essenzialità - riconoscendo in queste virtù la sostanza della quale era impregnata tutta la sua esistenza.

Giorgio era molto severo, a tratti intransigente, soprattutto con sé. Si circondava esclusivamente di persone capaci ed interessate, detestava i raccomandati e tutti coloro che alzavano la voce. I suoi valori di fondo erano la fede cattolica, la Patria alla quale aveva dato tanto e la famiglia. In questo senso, per non venire meno a ciò in cui credeva, aveva rifiutato un incarico da Mussolini perché in parte non ne condivideva le idee. Detestava inoltre una persona che aveva pubblicamente un’amante, fatto che pregiudicava ogni relazione e Giorgio non esitò certo dirglielo in faccia…

La famiglia Parodi era notissima nell’ambiente genovese ed aveva importanti frequentazioni. Marina ricorda che il Cardinal Siri, quando voleva andare a cena a casa Parodi faceva chiamare dal suo segretario direttamente la cuoca per dettarle il menu che avrebbe gradito per la sera… Marina ricorda il notissimo scultore Messina, autore della statua bronzea di Omobono Tenni che tutti noi ammiriamo al primo piano del museo Guzzi di Mandello, al quale lei si rivolgeva chiamandolo affettuosamente “zio Checco”.

Con i figli Giorgio era estremamente rigido sulle norme ma anche molto affettuoso verso di loro. Assieme ai tre, compiva azioni spericolate come era nella sua essenza, ad esempio uscire in motoscafo con il mare grosso firmando una manleva presso la Capitaneria di Porto di Genova che la liberava da ogni responsabilità. Saltando tra i flutti e le ondate violente i tre piccoli si divertivano un mondo. Marina ricorda con affetto i giorni di Lierna, dove lei ed i fratelli avevano imparato a nuotare perché il padre li aveva letteralmente gettati nel lago, avendo come unica cura quella di riservare alla figlia femmina un minimo in più di attenzione calandola nell’acqua invece di gettarla… “I Parodi non piangono ed i Parodi non hanno mai paura”, questo era il motto che ripeteva spesso ai pargoli. Ed è certo che per lui questo viatico si attagliasse decisamente bene… Nonostante la sua rigidità educativa, la sera Giorgio si intratteneva con i tre figli leggendo loro le storie di Pecos Bill e Topolino facendo differenti voci per ciascun personaggio.  

La famiglia Parodi era senz’altro benestante nel variegato panorama genovese eppure, nonostante gli agi nei quali poteva vivere, Giorgio insegnava ai suoi tre piccoli la generosità, la disponibilità ed il grande senso del dovere. Queste parole saranno poi il cardine del suo testamento, dove nell’augurare felicità e prosperità ai suoi figli, non perde l’occasione per richiamarli ai loro doveri verso la Patria ed in generale verso il Prossimo, magari meno fortunato di loro. In questo senso, già da piccoli il Capitano faceva in modo che i regali di Natale a loro donati fossero immediatamente donati ai bimbi ospitati nei vari orfanotrofi cittadini. Qui Marina ricorda la lunga notte prima di Santo Stefano nella quale aveva dormito abbracciata ad uno splendido cavallino di peluche, che già sapeva essere destinato ad altri nel giro di poco tempo. La dedizione verso gli altri e, in primo luogo, verso il proprio Paese, avevano portato l’imprenditore genovese ad avere una “coscienza verde” ante literam, infatti fece piantare a proprie spese alberi lungo la “camionale” Milano - Genova (l’attuale A7) perché i lavori avevano impoverito il terreno di copertura arborea. La necessità di curare queste piante, fece sì che Giorgio coinvolgesse anche i figli. Marina ricorda ancora quando con i fratelli andava a togliere la processionaria, micidiale per gli alberi giovani ma anche urticante per le dita dei piccoli.

Genio e sregolatezza convivevano tranquillamente nel carattere del pilota “Lattuga”. Il grande impegno morale e la passione per il rischio rendono la figura di Giorgio Parodi cara a molti Guzzisti, a molti aviatori e non solo a loro. Dalla passione di quest’uomo e dalla genialità di Carlo Guzzi sono nate queste moto che, a distanza di quasi un secolo, continuano a far sognare motociclisti di tutto il mondo. Non so se Giorgio avesse previsto tutto questo ma non credo. C’è da dire che è un gran bel risultato, speriamo che la storia della Guzzi possa continuare ancora per molto. Oggi a celebrarne la memoria è nata l’associazione “Giorgio Parodi. Le ali dell’Aquila”, realizzata dalla nipote Elena Bagnasco che ha in serbo grandi sorprese in vista del centenario del 2021.

 

 

Articolo di Roberto Polleri


Cucina e nostalgia: la geografia 'errante' della 'fame'

 

“E commoveva il sentire di che povere cose si trattasse, di regali, per lo più, che portavano a parenti o amici d’America: chi una bottiglia di vino particolare, chi un caciocavallo, chi un salame, o un chilogrammo di paste di Genova..."

 

 


Edmondo De Amicis, durante la traversata da Genova a Montevideo e Buenos Aires, nel 1884, sul piroscafo Nord America, osservò quella che possiamo definire una sorta di “geografia errante” della “fame”, delle diverse regioni d’Italia: 

“quei contadini del mantovano che, nei mesi freddi, passano sull’altra riva del Po a raccogliere tuberose nere (…), e di quei mondatori di riso della bassa Lombardia (…) per campare di polenta, di pan muffito e di lardo rancido (…), molti di quei calabresi che vivono d’un pane di lenticchie selvatiche (…), e di quei bifolchi della Basilicata (…), molti di quei poveri mangiatori di panrozzo e di acqua-sale delle Puglie (…)”.

Tutti verso quell’America, quel paese della Cuccagna, verso quel luogo favoloso e di eccezionale prosperità, terra dell’abbondanza, simbolo dell’opulenza, quel “lontano Eldorado”, attestato da tante lettere e documenti, come ricorda una vasta letteratura sul mito americano, dei ceti popolari nelle diverse regioni d’Italia.

Tempi di cambiamento, dunque.

È indubbio che l’emigrazione di fine Ottocento, rappresenti anche un elemento di trasformazione dei consumi e delle abitudini alimentari nei luoghi dell’esodo.

Perfino nel celebre ricettario Artusi, si trova il riflesso, pur con significative varianti nelle diverse aree della nostra penisola, di regimi alimentari prevalentemente vegetariani. La carne vaccina, ma anche uova, latte e formaggi, il pesce e il “pane bianco”, erano pressochè assenti o scarseggiavano sulle tavole dei ceti popolari.

Per i nostri antenati viaggiatori, i viaggi d’oltreoceano, aprivano le porte anche a nuovi regimi alimentari.

Le traversate, come ricorda De Amicis, ma anche le tante testimonianze raccolte dalla voce degli emigrati, avvenivano spesso in condizioni “bestiali”, e in pessime condizioni igieniche, sanitarie e alimentari.

Nonostante i disagi iniziali, i contadini, familiarizzarono lentamente, nelle Americhe, con la carne, le uova, il latte, i formaggi, i liquori e il caffè.

Furono definiti “mangiamaccheroni”

Per questi contadini “vegetariani” (non per scelta) si compie una rottura secolare sul piano dietetico, del gusto, della cultura e della mentalità.

Questo consumo a volte esagerato di carne, capovolge la gerarchia alimentare, come ad esempio per i piemontesi, dove la polenta, era spesso l’esclusivo piatto quotidiano.

Si parte per “fame”, ma già durante il viaggio comincia la nostalgia dei cibi perduti.

Racconta sempre De Amicis, il “terrore della dogana” che gli emigrati, soprattutto le donne, avevano durante la traversata. Speravano di scansare la visita per poter salvare le poche cose che si portavano dietro:

“E commoveva il sentire di che povere cose si trattasse, di regali, per lo più, che portavano a parenti o amici d’America: chi una bottiglia di vino particolare, chi un caciocavallo, chi un salame, o un chilogrammo di paste di Genova e di Napoli, un litro d’olio, una scatola di fichi secchi, perfino una grembialata di fagiuoli, ma di casa propria, di quel tal angolo dell’orto, di cui il parente o l’amico si doveva ricordare sicuramente (…)”.

 

 (fonte Storia dell’emigrazione italiana, pp. 575-576-580-587)


Mosè Bordero: l'uomo del Leudo

 

Mosè lavora al Leudo a Casarza Ligure e sarebbe felice di trasmettere la propria conoscenza ai giovani per portare avanti la tradizione

 

Ci sono uomini custodi di conoscenze immense che, con la loro dipartita, andranno perse. Oggi vi raccontiamo di Mosè Bordero, ex Ufficiale di Marina che da solo sta costruendo un Leudo

Il Leudo è una antichissima barca a vela latina di origine ligure con funzioni mercantili e con una ottima tenuta del mare, anche quando soffia lo scirocco, ci spiega Mosè. La forma affusolata dello scafo gli permetteva, in una epoca con porti ancora scarsi, di esser calato sulla spiaggia e di affrontare il mare aperto.

Mosè utilizza piani di costruzioni che detiene solo lui e che sarebbe ben felice di trasmettere  a qualche giovane consapevole dell'importanza storica di queste conoscenze.

In questo video realizzato da Zenet, Mosè ci racconta cosa rappresenta l'opera che sta portando avanti. Chiacchierando con lui si ha la sensazione di vivere in un'altra epoca, dove la bellezza del mare, dell'orizzonte e il senso dell' infinito sono compagni di viaggio.

 

Chi fosse interessato a visitare Mosè lo trova al lavoro nel suo cantiere all'altezza del civico 48 in Via de Gasperi a Casarza Ligure oppure lo si può chiamare telefonicamente per fissare un incontro, nel caso contattate Zenet per avere il numero.

 



1906: giornale di viaggio da Genova al Perù

"... salendo la rampa, il trambusto delle lingue slave e di vari dialetti, indicava che la nave aveva già raccolto diversi passeggeri dalla sua rotta iniziale, ma il più sentito era l'italiano e più precisamente lo "zenize" o dialetto genovese...".
Per la rubrica Vuxe de Zena proponiamo la lettura di un resoconto di viaggio del nonno di Juan Passano che dal Perù ci ha inoltrato questo testo ricco di sentimenti.


 

Questo brano ripercorre il viaggio e le emozioni dei migranti liguri ai primi del Novecento. E’ stato inoltrato a Zenet per la la rubrica "Vuxe de Zena" da Juan Passano. La Famiglia Passano è una antica famiglia nobiliare genovese che si stabili in Perù durante il periodo delle grandi migrazioni.

 

Il testo che abbiamo tradotto dallo spagnolo è un breve resoconto del giornale di viaggio da Genova al Perù del nonno Giovanni Battista Passano (anno 1906).

Il viaggio iniziò. Il distacco dalla famiglia in tenera età è un atto che segna per sempre una persona. Affrontare da solo il mondo in un contesto completamente sconosciuto è, in un momento in cui ci si trasportava da un continente all'altro, un'avventura che poteva caricare la vita di vari elementi o malattie inclementi. Tutto è iniziato con preparativi che potevano richiedere mesi o alcuni giorni. Le testimonianze di questi preparativi sui giornali dell’epoca sono pieni di emozione e sentimento. I contatti di parenti e amici furono stabiliti nel luogo di destinazione e gli abiti furono preparati con i soldi per il viaggio che erano generalmente il prodotto del risparmio familiare. Snack per il viaggio composto da salsicce fatte in casa, pesce salato (di solito acciughe), pane, ecc.

Il momento dell'addio deve essere stato drammatico, con molte lacrime per la destinazione e l’incertezza di rivedere i propri cari. Dalle città del Levante Ligure, la ferrovia fu portata al porto di Genova, un breve tratto che fu assalito da migliaia di pensieri e in silenzio, poiché ogni parola dei genitori o dei fratelli poteva essere un pugnale nell'anima. In altri casi, l'addio è stato fatto sulla stessa piattaforma ferroviaria della città, senza mai guardare indietro. All'arrivo a Genova, sono stati acquistati altri articoli da toeletta e prodotti alimentari per il viaggio, a volte si doveva aspettare due o tre giorni nella grande città per imbarcarsi sul vapore che li avrebbe portati a destinazione e quindi essere in grado di trascorrere l'ultima lira o cambiarli per sterline o sterline peruviane (quando la nostra valuta era "alla pari di Londra").

Il viaggio fu fatto con meno incertezza se era accompagnato da qualcuno conosciuto, o preferibilmente se era già stato in Perù e se sapeva parlare spagnolo, come lo era con il Sig. Ghiglione. Mentre saliva a bordo dell'enorme nave che aveva visto così tante vele verso le acque del Mediterraneo, l'emozione colpì il petto di bambini, donne e uomini che andarono al mare, con le loro piccole scatole di legno con due maniglie ai lati. I bauli e le boccette erano già stati collocati nelle stive, ai cui lati c'erano le cabine della terza categoria.

La prima categoria non era molto diversa dalla seconda categoria le persone erano meglio vestite ed erano i pochi che facevano viaggi per visitare i loro parenti. Salendo la rampa, il trambusto delle lingue slave e di vari dialetti, indicava che la nave aveva già raccolto diversi passeggeri dalla sua rotta iniziale, ma il più sentito era l'italiano e più precisamente lo "zenize" o il dialetto genovese.

Per molti le lacrime degli addii non si fermarono quando il fischio del vapore annunciò la prossima partenza. I fazzoletti bianchi furono scossi sia dal molo, sia dal parapetto della nave, diventando gradualmente una massa di addii che non riusciva più a distinguere il volto dei propri cari e ad essere una fiammata uniforme di fazzoletti su entrambi i lati, a prua alla prossima destinazione: Marsiglia, dove si ripeteva la stessa scena, ma i francesi erano pochi e c'erano anche immigrati dalle colonie del Nord Africa (di origine araba), che trasportavano principalmente merci.

Barcellona era il porto successivo, dove molti catalani, galiziani, asturiani, castigliani, ecc. Si imbarcarono nella stessa avventura. Per superare la porta dell'Atlantico (Stretto di Gibilterra) era necessario abituarsi all'oscillazione della nave verso le Azzorre, dove venivano caricate provviste e carburante. La vita sulla nave era più tranquilla solo dopo alcuni giorni. Dopo cena, le donne dovevano andare a dormire insieme ai bambini in sezioni separate e gli uomini potevano essere sul ponte fino alle 22:00 fumando, parlando, leggendo o giocando a carte. Era una torre galleggiante di Babele dove l'aria del mare diventava sempre più calda quando si superava il Circolo equatoriale e si vedevano le prime coste sudamericane del Brasile e successivamente della grande Buenos Aires, dove sbarcarono la maggior parte dei passeggeri . Li, una volta arrivati, molti salivano sull’altra nave diretta verso i porti di Valparaíso, a volte Iquique per il rilascio del carico di salnitro

Il Virgilio, l'Orazio, il Doria, ecc., Erano barche che trasportavano per decenni tutto questo flusso umano. Giovanni Battista Passano era arrivato a Callao e messo in quarantena come tutti i nuovi arrivati. D'ora in poi sarebbe stato Juan Passano e quando si imbarcò sulla piccola barca che lo avrebbe condotto al molo di approdo del porto, sentì un po' di sollievo quando sentì il suo dialetto e la sua lingua ovunque. Fu colpito dalle case di non più di due piani, la ferrovia che lo avrebbe portato al suo alloggio nel centro di Lima: volti andini, neri, mulatti, europei, cinesi ... prima di imbarcarsi per la sua destinazione finale: Mold nella provincia Huancané Puna. Il più grande capitolo della sua vita stava per iniziare ad essere scritto. L'unico oggetto che abbiamo ancora di questo primo viaggio è una fotografia con i suoi genitori Nicolò e Ángela, scattata a Genova all'età di circa 13 anni.

Zenet / Juan Passano (Perù)


La poesia delle calate

 

I luoghi che frequentavo più spesso erano quelli dedicati alle merci varie, soprattutto il bacino di Sampierdarena, con i suoi pontili dal sapore coloniale: Etiopia, Eritrea, Somalia, Libia...

 


(…) Dopo un paio d’anni (erano frattanto arrivati gli Ottanta), venute meno le ansie e le paranoie che mi derivavano dal fatto di trovarmi in un mondo del tutto nuovo (e davvero estraneo per un fresco diplomato di liceo classico), riuscii finalmente ad apprezzare gli elementi di contorno, quelli non strettamente funzionali all’apprendimento. I luoghi che frequentavo più spesso erano quelli dedicati alle merci varie, soprattutto il bacino di Sampierdarena, con i suoi pontili dal sapore coloniale: Etiopia, Eritrea, Somalia, Libia... Il “vecchio” comunista che c’era in me prendeva atto, un po’ dolorosamente, di ritrovarsi a lavorare su strutture che duravano dai tempi del duce. E che dopo di lui avevano ricevuto ben poche attenzioni, questo va detto!

Più raramente finivo al Molo Vecchio, davanti ai Magazzini del Cotone. Mi capitava soprattutto con le navi argentine dell’ELMA: sia perché a volte avevano del cotone da sbarcare, sia perché lì c’era un freddo canaglia e la carne congelata, uscita dalle celle frigorifere, “pativa” meno... Così almeno pensavo io, che invece il freddo lo pativo un sacco.

Avevano un bel dire, gli esperti, che porta Siberia aveva questo nome perché nei tempi antichi vi transitavano le “cibarie”… per me l’origine del nome era molto più chiara, diretta, evocativa! E ne avrei avuto conferma pochi anni dopo, fra gli Alpini, quando i -15° della Val d’Aosta si sarebbero dimostrati più sopportabili dei +2 o +3, ventosi e fradici di quella zona (e in genere di tutto il porto). Ma quella è un’altra storia.

 D’inverno “scappavo” letteralmente tra i bar e il mio scrittoio riscaldato da capo-commesso, a bordo; oppure tra lo scrittoio e la coperta della nave (nome quanto mai inadeguato, in quei frangenti), se mi serviva qualche delucidazione dallo stivatore.  

Nei mesi migliori, invece, in primavera inoltrata e tanto più d’estate, quella parte del porto rivelava tutta la sua magnificenza; ma anche la decadenza, che comunque aggiungeva alla visione accenti poetici: soprattutto le sere d’estate, quando l’aria rinfrescava e il sole, alla stessa altezza della Lanterna, assumeva e donava alla parte più antica del porto luci e colori, che ispiravano prima di tutto una quiete serena, resa ancor più dolce dal lento e sommesso sciabordio delle acque.

Tante volte, passeggiando tra il Molo Vecchio e Caricamento, considerai un vero sacrilegio che ai genovesi fosse negata quella vista, soprattutto a causa dell’alto muro di cinta che nascondeva la zona del Mandraccio e di Calata Cattaneo, persino a chi vi transitasse a pochi metri. Un sacrilegio, perché in fondo quel porto apparteneva a tutti i genovesi, anche a quelli sprovvisti del famigerato “permesso d’accesso in porto”.

E a volte mi piace pensare che Renzo Piano abbia avuto pensieri simili ai miei, quando decise di fare alla sua città il regalo più bello e prezioso.

Imparai ad apprezzare la lentezza. Da quelle parti il tempo era denaro, certo, ma i movimenti erano determinati prima di tutto dalla seguèssa, di fronte alla quale perfino l’armatore s’inchinava; ma anche da una saggezza che sapeva di antico. Perché era la saggezza di chi conosceva i limiti del corpo umano, del proprio fisico, per quanto possente. E sapeva dosare gli sforzi in modo da evitare i malanni, le fratture, le slogature, le contratture. Solo i malanni ad effetto immediato, sicuramente: perché tante, tante volte, praticamente ogni volta che c’era del congelato o del caffè, alla fine dei turni vedevo quegli uomini scendere a terra piegati dalla fatica, non importa se scendevano dalle stive o dai planceri posizionati a terra. E sono certo che prima o poi il loro fisico gli avrà presentato il conto.

La saggezza, certo... Ma a volte fra i camalli c’era qualcuno un po’ troppo saggio! I suoi compagni però lo sapevano, e allora ogni tanto gli facevano gli scherzi, mettendosi d’accordo per far finta di sollevare un pezzo, e poi lasciarlo cadere addosso proprio a quello che invece “faceva finta” un po’ troppo spesso (lasciando cioè che fossero gli altri a sollevare la maggior parte del peso).

Quelli erano i momenti in cui diventavo invidioso: di quelle amicizie complici, di quell’accettarsi scherzosamente per ciò che si era e che si conosceva bene, a memoria. Non mi fregava un accidente dei soldi che guadagnavano in più, rispetto a me. Ma quelle complicità, tra l’altro maturate proprio in un posto che iniziavo a considerare sacro, mi mancavano terribilmente.

Perché i camalli, al di là della fatica, stavano bene insieme; spesso si divertivano. In tanti anni avrò assistito a una decina di litigi, mai degenerati in qualcosa di fisico. La discussione terminava talvolta con un silenzio rancoroso; più spesso era chiusa da una risata collettiva, dopo una battuta salace.

Le battute migliori del resto erano quelle del lunedì: Genoa e Doria, subito dopo o travaggio, erano la principale fonte di discussione (e di prese in giro).

Va detto che in porto, parlando delle squadre cittadine, i termini “discussione” e “presa in giro” non li avreste mai sentiti. Più che altro, ecco, si trattava di... pigïase p’ou cü e menase o belìn.

Però quei rapporti erano e restano una cosa importante, quasi una cartina di tornasole del senso di civiltà e di decoro che animava quella gente. Soprattutto se confrontato con eventi analoghi che accadevano (e, ahimè, continuano ad accadere) fuori dal porto. 

Prima di tutto va detto che il “menaggio” era autentico. Di certo, quando la propria squadra perdeva (e soprattutto quando l’altra contemporaneamente vinceva) il lunedì non andavi a lavorare volentieri: sapevi già cosa ti aspettava. Al punto che alcuni, in occasione di una sconfitta al derby, prendevano un giorno di ferie.

Io, seguendo anche in questo le orme paterne, ero genoano; ma già all’epoca ero un tifoso “tiepido”, o meglio intiepidito da una certa tara atavica dei presidenti della mia squadra, che regolarmente vendevano i migliori giocatori della stagione appena conclusa. Proprio nel ’78, un anno prima di iniziare a lavorare, avevo fatto a me stesso una promessa: “Se vende anche Pruzzo, non andrò mai più allo stadio”. Pruzzo fu regolarmente ceduto alla Roma (dando di lì a poco un sostanziale contributo alla vittoria dello scudetto). E io non andai più allo stadio. 

Questo non significa che non soffrissi ad ogni sconfitta del “Grifone”. Per non parlare, ovviamente, delle sconfitte nei derby. Ma insomma, anche in quel caso ero “tagliato fuori”: erano ancora troppo pochi i portuali con i quali avessi sufficienti confidenza e amicizia, per subire il privilegio dei “menaggi”.

Potevo però assistere a quelli degli altri e... registrarli, a futura memoria. La maggior parte erano abbastanza scontati: i genoani per lo più davano ai doriani del “gabibbo” (termine dialettale derivante dal nome arabo “Habib”, assai diffuso fra i portuali di Massaua (Eritrea), dove l’armatore genovese Rubattino aveva stabilito un porto nell’Ottocento, nucleo originale della futura colonia italiana.) E c’era un nucleo di verità, perché quando Genova divenne mèta d’immigrazione nel secondo dopoguerra, molti meridionali, volendo scegliere una squadra di calcio locale, forse per meglio integrarsi, optarono per la Sampdoria: che in quel periodo era decisamente “messa meglio” del Genoa.

I doriani avevano gioco facile nel rammentare ai “cugini” che i fasti della loro squadra, continuamente rievocati, risalivano all’anteguerra (e non diciamo quale guerra...).

In certi casi il menaggio poteva diventare più raffinato e originale, come ad esempio quando i doriani si domandavano con aria smarrita e sbigottita (ma con un sogghigno beato sulle labbra) dove accidenti si trovasse Montevarchi, la cui squadra aveva “sbancato” Marassi nell’anno del Genoa in Serie C.

Oppure quando, dopo la sconfitta nella finale di Berna in Coppa delle Coppe, i genoani coniarono lo slogan “Amaro a Berna”.

Ma uno degli atti d’amore (calcistico) più belli e memorabili, lo compì proprio un mio collega, Marco, stivatore esuberante e spesso redarguito da mio padre perché considerava il lavoro come forse andrebbe considerato: uno strumento per vivere, e non una missione (come invece lo considerava il mio genitore). Magari qualche volta in effetti commise una piccola leggerezza; ma io gli volevo bene, perché era un uomo affettuoso e in pace col mondo, tra l’altro sempre pronto a trovare il lato divertente delle cose.

Su un’unica cosa Marco scherzava poco: il Genoa. Il Genoa era per lui una ragione di vita, una fede assoluta, un’amante in grado di portarti al settimo cielo e di sprofondarti nella più nera disperazione.

Era uno di quelli che dopo una sconfitta nei derby si prendevano una feria, magari anche due (magari una settimana).

Marco diede il meglio di sé quando accadde un evento epocale: il Genoa, miracolosamente in Coppa Uefa, andò (prima squadra italiana) a “violare” l’Enfield Road, il mitico stadio del Liverpool. In quei giorni noi stavamo lavorando su una nave che sbarcava tronchi all’Idroscalo, proprio sotto la Lanterna. Per combinazione, in “testata” all’Idroscalo vi erano undici bitte. Undici bellissime bitte, con la tipica forma tondeggiante, tutte contrassegnate con un bel numerello di ottone dorato. Quando, il mattino successivo alla storica vittoria, arrivammo sottobordo alla nave, scoprimmo le undici bitte appena ridipinte: ognuna era mezza rossa e mezza blu. Ed il numerello dorato spiccava meravigliosamente, in cima e al centro di ogni bitta: una bellissima squadra di calcio, perfettamente schierata ad attenderci (noi; ma anche i doriani, ça va sans dire...). Marco se la ghignava beato. 

Certo che visti (ahimè) dall’esterno e soprattutto nel lungo periodo, ’sti portuali rossoblucerchiati mi ispiravano più che altro una serena contentezza. Prima di tutto perché non sconfinavano mai nell’offesa personale, nell’insulto. E poi perché questo continuo “menaggio” ricordava molto da vicino quello degli adolescenti, quando (contrapposti in gruppi di maschi e femmine) non fanno altro che denigrarsi e prendersi in giro. Facendo finta di non sapere quanto abbiano bisogno gli uni degli altri. (...).

 

Filippo Rissotto


La migrazione... al contrario


Nel settecento la Liguria, e soprattutto Genova, sono state mete d'obbligo dei viaggiatori stranieri.

Zenet lo racconta nella rubrica domenicale "Vuxe de Zena".

Rubrica sviluppata in collaborazione con la Voce di Genova.


Quando parliamo di migrazioni, pensiamo a spostamenti di persone, bisognose, in cerca di lavoro e di opportunità, persone che scappano da situazioni di disagio e ancor più di guerra.

Ma c’è stato un periodo dove la “migrazione” era voluta, non spinta da bisogni, se non quello della conoscenza e della curiosità, è quella che io chiamo “la migrazione al contrario”.

La Liguria, e ancor più Genova, sono state mete d’obbligo di quei viaggiatori stranieri, che scendevano nella penisola nel secolo dei Lumi, nel ‘700, in quel Gran Tour, che attirava sempre con maggior frequenza giovani, per studiare le tracce di molteplici civiltà, in particolare quelle antiche.

Signori raffinati venivano a compiere la loro educazione artistica, ma anche turisti, a divertirsi tra pittoreschi scenari di natura e di popolo.

Vivacissimo lo scambio di viaggiatori tra Inghilterra e Italia, la famosa “anglomania settecentesca”.

In questo ampio scenario di viaggi, una migrazione quasi obbligata, che aveva come meta anche Genova, ritroviamo testimonianze preziose, in particolare lasciateci dalle donne viaggiatrici, vale a dire la cospicua presenza delle donne nel novero di infaticabili, appassionate viaggiatrici, dallo sguardo sensibile, acuto e innovativo. Le donne si presentano come straordinarie autrici di libri di viaggio.

Mariana Starke, ad esempio, che scende in Italia con gli anziani genitori nel 1792, scrive, con dovizia di particolari, quasi fosse un diario di bordo, e su Genova dice:

“Genoa, Genova in italiano, chiamata anche la Superba, offre la sua migliore visione quando appare dal mare (…). Il porto esterno dell’odierna città è spazioso ma poco sicuro, essendo esposto al libeccio, vento sud-occidentale: ma all’interno del porto, un altro porto, molto più riparato, è adibito a bacino e zona di carico. Il Fanale, o faro, è una torre elevata costruita su di una roccia isolata nel lato occidentale del porto. Le fortificazioni che si affacciano sul mare appaiono solide, tagliate come sono nella roccia: ma il potere navale, una volta così formidabile, sembra ora ridotto a poche galere e due o tre fregate che appartengono all’attuale governo. (…)

Più che l’elenco delle opere d’arte racchiuse nelle chiese genovesi, la Starke rileva elementi sulla storia della città. Ci insegna, ad esempio, che la chiesa di S. Ciro (S. Siro), edificata nel 250, è stata cattedrale della città fino al 985, che l’Annunziata, costruita con il solo contributo della famiglia Lomellini, è una delle chiese più ricche di Genova, oppure che S. Ambrogio deve molto del suo splendore alla famiglia Pallavicini…

La Starke ci descrive poi Palazzo Ducale, costruzione moderna sorta sulle ceneri dell’antico edificio, lasciandoci una curiosa notizia sulla presenza, sopra la Camera dei Senatori, della prora di una antica nave cartaginese, della lunghezza di circa tre spanne e dello spessore di circa due terzi di un piede, scoperta vicino alla spiaggia nel 1597, in seguito alla pulizia del porto.

Ma tante altre notizie e curiosità nei suoi scritti, dal Palazzo dei Padri delle Commune, a Palazzo Reale, passando per l’Università e il Grande Ospedale, senza tralasciare di lodare la rete di acquedotti e l’offerta di buoni alberghi come il Croce di Malta, l’Hotel di York, l’Hotel de la Ville, l’Hotel de Londres e l’Hotel de la Poste.

Un proverbio italiano recita: “Genova, che ha il mare ma non i pesci, la terra ma non gli alberi, gli uomini ma senza la fede”.

Un proverbio duro, quindi, che non ha impedito a viaggiatori, artisti, studiosi, turisti, giovani e meno giovani di subire il sottile fascino di una città che si presentava, al loro arrivo dal mare come un grande anfiteatro, e che al suo interno nascondeva gelosamente i suoi tesori.

Paola Garretti - Storica