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Nel settecento la Liguria, e soprattutto Genova, sono state mete d'obbligo dei viaggiatori stranieri.

Zenet lo racconta nella rubrica domenicale "Vuxe de Zena".

Rubrica sviluppata in collaborazione con la Voce di Genova.


La migrazione... al contrario


Quando parliamo di migrazioni, pensiamo a spostamenti di persone, bisognose, in cerca di lavoro e di opportunità, persone che scappano da situazioni di disagio e ancor più di guerra.

Ma c’è stato un periodo dove la “migrazione” era voluta, non spinta da bisogni, se non quello della conoscenza e della curiosità, è quella che io chiamo “la migrazione al contrario”.

La Liguria, e ancor più Genova, sono state mete d’obbligo di quei viaggiatori stranieri, che scendevano nella penisola nel secolo dei Lumi, nel ‘700, in quel Gran Tour, che attirava sempre con maggior frequenza giovani, per studiare le tracce di molteplici civiltà, in particolare quelle antiche.

Signori raffinati venivano a compiere la loro educazione artistica, ma anche turisti, a divertirsi tra pittoreschi scenari di natura e di popolo.

Vivacissimo lo scambio di viaggiatori tra Inghilterra e Italia, la famosa “anglomania settecentesca”.

In questo ampio scenario di viaggi, una migrazione quasi obbligata, che aveva come meta anche Genova, ritroviamo testimonianze preziose, in particolare lasciateci dalle donne viaggiatrici, vale a dire la cospicua presenza delle donne nel novero di infaticabili, appassionate viaggiatrici, dallo sguardo sensibile, acuto e innovativo. Le donne si presentano come straordinarie autrici di libri di viaggio.

Mariana Starke, ad esempio, che scende in Italia con gli anziani genitori nel 1792, scrive, con dovizia di particolari, quasi fosse un diario di bordo, e su Genova dice:

“Genoa, Genova in italiano, chiamata anche la Superba, offre la sua migliore visione quando appare dal mare (…). Il porto esterno dell’odierna città è spazioso ma poco sicuro, essendo esposto al libeccio, vento sud-occidentale: ma all’interno del porto, un altro porto, molto più riparato, è adibito a bacino e zona di carico. Il Fanale, o faro, è una torre elevata costruita su di una roccia isolata nel lato occidentale del porto. Le fortificazioni che si affacciano sul mare appaiono solide, tagliate come sono nella roccia: ma il potere navale, una volta così formidabile, sembra ora ridotto a poche galere e due o tre fregate che appartengono all’attuale governo. (…)

Più che l’elenco delle opere d’arte racchiuse nelle chiese genovesi, la Starke rileva elementi sulla storia della città. Ci insegna, ad esempio, che la chiesa di S. Ciro (S. Siro), edificata nel 250, è stata cattedrale della città fino al 985, che l’Annunziata, costruita con il solo contributo della famiglia Lomellini, è una delle chiese più ricche di Genova, oppure che S. Ambrogio deve molto del suo splendore alla famiglia Pallavicini…

La Starke ci descrive poi Palazzo Ducale, costruzione moderna sorta sulle ceneri dell’antico edificio, lasciandoci una curiosa notizia sulla presenza, sopra la Camera dei Senatori, della prora di una antica nave cartaginese, della lunghezza di circa tre spanne e dello spessore di circa due terzi di un piede, scoperta vicino alla spiaggia nel 1597, in seguito alla pulizia del porto.

Ma tante altre notizie e curiosità nei suoi scritti, dal Palazzo dei Padri delle Commune, a Palazzo Reale, passando per l’Università e il Grande Ospedale, senza tralasciare di lodare la rete di acquedotti e l’offerta di buoni alberghi come il Croce di Malta, l’Hotel di York, l’Hotel de la Ville, l’Hotel de Londres e l’Hotel de la Poste.

Un proverbio italiano recita: “Genova, che ha il mare ma non i pesci, la terra ma non gli alberi, gli uomini ma senza la fede”.

Un proverbio duro, quindi, che non ha impedito a viaggiatori, artisti, studiosi, turisti, giovani e meno giovani di subire il sottile fascino di una città che si presentava, al loro arrivo dal mare come un grande anfiteatro, e che al suo interno nascondeva gelosamente i suoi tesori.